Dodici luglio millenovecentoquarantuno
Il 6 aprile del 1941, l’invasione italiana del Regno di Jugoslavia fu una delle tante vigliaccherie belliche del fascismo che senza la Germania nazista sarebbe stato coronato da sicuro fallimento. Smembrato il Regno dopo la conquista lampo della Wermacht, il Montenegro venne posto sotto il controllo diretto dell’Italia e provvisoriamente governato dall’Alto Commissario Mazzolini. Il 12 luglio 1941 nella capitale Cetinje viene dichiarata un’indipendenza simulata, giocata in modo sporco anche attraverso i legami dinastici della moglie di Vittorio Emanuele III Jelena (Elena di Montenegro, appunto), figlia del deposto re montenegrino Nikola, che non accetta formalmente la corona di latta che gli viene offerta. Rifiuta anche la stessa Elena. Altri pretendenti non si trovano.
Il giorno dopo, la popolazione del Montenegro, lungi dall’accontentarsi di salvare la faccia, insorge, dando vita alla prima rivolta di popolo contro le forze dell’Asse, e segnando così una tappa fondamentale che vede nella resistenza montenegrina una fase ben precisa della Resistenza europea al nazifascismo. Il governo fascista risponde schierando 100.000 soldati per una popolazione di 400.000: un soldato ogni quattro abitanti, attuando i metodi dell’antiguerriglia ratificati dalla famigerata circolare 3C di uno dei maggiori criminali di guerra fascisti, il generale Mario Roatta. Saccheggi, fucilazioni di massa, stragi, incendi, stupri, infanticidi sono all’ordine del giorno. Italijanski palikuci (“italiani brucia case”), così i civili chiamano le truppe italiane.
È questo lo scenario in cui, all’inizio dell’estate del 1943, ovvero poco più di due anni dopo, Giuliano Bantis, il protagonista immaginario del romanzo Dugo e le stelle, entra in contatto con le forze della Resistenza comunista e, dopo la resa italiana dell’8 settembre passata alla storia con il termine improprio di “armistizio”, accetta di passare dalla loro parte. Sebbene sia un personaggio di fantasia, la parabola di Bantis rappresenta le migliaia di militari del Regio Esercito, fra ufficiali, sottufficiali e soldati semplici, che fecero effettivamente questa scelta e confluirono infine nelle file della Divisione Italiana Partigiana Giuseppe Garibaldi, che combatté fino al 1945 contro gli ex alleati nazisti pagando la propria scelta con un elevato tributo di malattia, morte e in seguito, per di più, un lungo oblio nella storiografia “ufficiale”.
Nella complessità di Bantis, ufficiale sabaudo al comando di una Partigiana comunista, criminale di guerra per alcuni ed eroe per altri, fucilatore corroso fino all’osso dal rimorso, assassino del fascista che si annidava in se stesso, ho cercato di rappresentare, in barba agli steccati ideologici di qualsiasi parte (giusta o sbagliata che sia), la capacità dell’essere umano, pur in condizioni estreme e dopo scelte sbagliate, di trasformarsi al punto da rendere l’individuo del tutto “altro” rispetto all’identità precedente. Ciò che accadde a molti di questi antifascisti troppo spesso dimenticati.
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